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OPACO-SPETTRO-OPACO

22.09 - 29.10 2022

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La mostra presentata da Studio la Linea Verticale accomuna la ricerca di due giovani artisti-cacciatori che puntano ad una sublime preda condivisa con tecniche inverse. Claudio Valerio cerca l’affetto di una presenza nell’assenza totale insita nell’Assoluto. L’artista-demiurgo origina la sua compagnia attraverso il mezzo creativo per eccellenza, la pittura. Luca Campestri, al contrario, cerca una presenza affettiva tra le fotografie mentali dei nostri ricordi e la aiuta a tornare all’Assoluto, smaterializzandola e trasformandola in energia espressa per mezzo del suono. Il primo crea e trattiene, il secondo trova e libera, in un continuo reiterarsi di queste battute di caccia ai fantasmi. La forza discendente della manifestazione e la forza ascendente del ritorno alla sorgente. La preda dei due artisti è ciò che è non più o non ancora, lo Spettro

Il testo critico a seguire, portatore di una ventata di aria pulita nella fuliggine che fa da atmosfera alla mostra, è di Valerio Dehò.

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Spettro.grafia

di Valerio Dehò

In labyrinths of coral caves/The echo of a distant time/Comes willowing across the sand/And everything is green and submarine/And no one showed us to the land/And no one knows the where’s or why’s/ Something stirs and something tries/Starts to climb toward the light .

 (Pink Floyd, Echoes, 1971)

 

Claudio Valerio cerca un ritorno alla sorgente della pittura senza trovarla, sembra indicarne la strada ma deve fermarsi a dimostrarne l’impossibilità. E questo avviene non per una incapacità soggettiva ma perché ogni ritorno all’origine è impossibile. Questa si è spostata, anzi, si sposta continuamente, come un polo terrestre instabile anche se probabile. La dimensione ontologica post moderna, e soprattutto post-post moderna è una ricerca dell’impurità, di ciò che non ha la chiarezza dell’origine. La pittura scura di Valerio, il nero profondo come la dark matter che permea l’universo, è uno specchio che non riflette perché opacizza l’immagine da trasmettere, la rende altro, spuria, diversa. Lo specchio non ha mai detto la verità, non illudiamoci. Dipingere in modo informalmente minimale vuol dire rapportarsi con il grado zero della pittura che è scaturigine del senso dal nulla. La realtà non è più sufficiente perché è impossibile a guardarsi, non ammette riflessioni. Il fantasma della pittura si aggira per l’arte contemporanea come una minaccia sempre presente, come una forma assente che è pronta a manifestarsi e scomparire come le immagini nel paiolo maleolente delle streghe del Macbeth. Il nero è un non colore che assorbe l’energia attorno a sé, in fondo al quale può esserci il Nulla o l’Assoluto a seconda degli stati d’animo o del paradigma di ricerca.  

Luca Campestri assolutizza l’esperienza del soggetto come qualcosa che ha la volontà di andare oltre. Il fantasma della libertà o la libertà del fantasma sta nel suo eccedere la materia e diventare qualcosa d’altro, per esempio come espressione dell’energia che appare come suono. E’ questa che viene reimmessa nell’Universo alla morte delle immagini. “Animula vagula blandula” sono le ultime parole attribuite all’imperatore Adriano morente. Gli spettri vagano anche quelli generati dagli artisti: non possono stare fermi perché non è nella loro natura. Non appartengono a nessuno, non hanno proprietari. Questi video di Campestri rigorosi e perfettamente ellittici, hanno la volontà di diffondersi, trasformandosi in energia, sono cellule digitali che costituiscono il rumore di fondo della vita, che si trascende continuamente, all’infinito.

 

Il resto viene da sé o quasi. Vi sono tracce della Nachleben (cioè “Sopravvivenza”)  di Aby Warburg che però hanno perso la densità oscura della notte, sono tracce o brani (traks)  che si conservano nella trasformazione oppure nuance dell’hauntology di Jacques Derrida,  inaugurata, guarda caso, da uno studio sugli Spettri di Marx (1994). Quindi le apparizioni opache ci raccontano di un fantasma al plurale, ontologicamente impuro perché la sua origine è irraggiungibile nella sua interezza e purezza. Ma il ritorno del passato non è mai ritorno al passato. Per fortuna. 

 

Oppure siamo di fronte ad una fenomenologia progressive come in “Echoes” (1971) dei Pink Floyd dove tutta la realtà è riverbero, espansione dell’Io nello spazio-tempo, energia fantasma di una realtà di cui abbiamo perso la sorgente. Ogni eco è diverso da quello che lo ha preceduto e spesso la fonte originaria, la scaturigine, ce n’è preclusa. Il suono si fa paesaggio. La distinzione tra Essere e Apparire non appartiene a questo tempo. 

Opaco-Spettro-Opaco | momenti dell'opening | Ph: Alice Mazzei | ©studiolalineaverticale

INFO E ORARI

Studio la Linea Verticale

Via dell’Oro 4B Bologna

 

Opaco-Spettro-Opaco

22 settembre - 29 ottobre 2022

 

Testo critico di Valerio Dehò

Inaugurazione:

22 settembre dalle 18 alle 21

Orari di apertura:

Dal martedì al sabato 15:30-19:00