
LandEscape
Alberto Colliva
Filippo Maestroni
Claudio Valerio
VERNISSAGE
24 Settembre ore 18-20.30
Via dell'Oro 4/b
IN CONTEMPORANEA
Studio Cenacchi, a pochi minuti a piedi dalla galleria, inaugura una doppia personale con Filippo Maestroni e una fase diversa della sua ricerca. Le inaugurazioni avverranno in contemporanea.
LANDESCAPE
24.09-14.11.2026
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INFO
Giovedì 24 settembre, dalle 18 alle 20.30, Studio la Linea Verticale inaugura LandEscape, mostra tri-personale degli artisti Alberto Colliva, Filippo Maestroni e Claudio Valerio, avviando una nuova fase della propria ricerca curatoriale, volta ad accentuare gli aspetti legati alla spiritualità e alla trascendenza. L’arte contemporanea oggi è intrappolata in un fallimento strutturale, figlia dell'illusione ipocrita di dover servire a qualcosa per giustificare la propria esistenza. Quando l’arte pretende di avere un’utilità sociale, politica, ambientale, si rivela semplicemente superflua, perché esistono strumenti infinitamente più efficaci per incidere sulla società. Da questo scenario di macerie concettuali emerge quella che reputiamo una radicale certezza: l’unica forma d’arte autenticamente non inutile è quella che rinuncia ad essere utile per la società composta da individui, per rivolgersi all’Essenza dell’umano nella società. La mostra LandEscape si inserisce in questo ribaltamento e trasforma la superficie della pittura in un asse di ascesa verticale, in cui il paesaggio viene sottratto alla didascalia quotidiana per farsi pura sospensione. La mostra, visitabile fino al 14 novembre, si pone come un’introduzione dolce al nuovo programma espositivo, che comprenderà un focus sulla pittura trascendentale.
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Bologna, 24 settembre 2026, ore 18:14. Oltrepasso la porta dell’ennesima galleria d’arte. Sarà la settima mostra questa settimana. Tutte di merda. Ho provato a rinunciare, ma è più forte di me. Una dipendenza. Eppure, ogni porta che valico, ogni passo che dovrebbe condurmi fuori dal mondo e restituirmi, almeno per un istante, a una qualche riscoperta di me stesso, mi lascia sempre l’amaro in bocca. Sedici quadri alle pareti. Sei sculture. La monotonia di un testo che reitera, con parole diverse, le stesse problematiche. Oggi, perché una mostra possa esistere, sembra necessario che venga giustificata. O meglio: sembra che l’arte abbia bisogno di una giustificazione. Ci risiamo. La lotta sociale. Il gender. L’ambiente. La critica all’arte che non fa altro che autoaffossarsi. Ancora il gender. Come si è ridotta l’arte? Quando ha avuto bisogno di giustificarsi attraverso temi che mal le appartengono, soltanto per legittimare la propria esistenza? Mi sento soffocare. Ho bisogno di riflettere. Di silenzio. Scelgo una serata buia, senza luna. Vorrei fuggire dal mondo, anche solo per un istante. Approdare in un luogo altro, fatto di colore iridescente, di luce e di ombra. E soprattutto di silenzio. Sento il peso delle macerie concettuali dell’arte contemporanea, ormai prive di un reale peso sociale. Cerco un luogo ameno. Non riesco a trovarlo. Tutto brucia intorno a me. È carbone quello che scricchiola sotto ai miei piedi? Sì, è carbone. Non riesco a capire se sia bagnato o appena bruciato. Poco importa. Continuo a camminare. Eppure il tempo ha perso la sua funzione. Non capisco se quel bagliore in fondo all’orizzonte provenga da un tramonto o dal sole che sta tentando di emergere. Sono stanco. Ma mi sento al sicuro. Non c’è un suono intorno a me. Poi vedo una siepe. Il suo colore acceso sembra quasi mormorare. Devo andare oltre. Devo vedere cosa si nasconde dall’altra parte. Un sentiero bianco. Non capisco se sia un manto erboso o la schiuma di un ruscello. Non mi importa. Muovo i passi. Resto a galla. Mi lascio cullare dal suo dolce respiro e lo percorro fino in fondo. Sono stremato, stanco ma soddisfatto. È questo il posto dove socchiudere gli occhi. Tra il verde-azzurro brusio del manto erboso e il cielo che, lentamente, è diventato arancione. La notte scorre lenta. Tutto intorno è silenzio. Ma qualcosa sembra svegliarmi. La terra sotto i miei piedi comincia a tremare. Si spezza. Si apre. Il verde lascia il posto a un colore indefinito, indefinibile, brillante. Qualcosa sta emergendo dal terreno. Mi sembra di scorgere un volto. Appare la luna, nascosta fino a qualche minuto prima. È lì, piena, perfettamente tonda. Sembra dormire un sonno di miele, un sonno eterno e rassicurante. Vorrei raggiungere quella serenità. Ancora un tremore. Il terreno adesso è fluido, quasi come il mare. Vedo qualcosa ergersi all’orizzonte. All’improvviso si innalza dal ventre del pianeta. Sono attratto. Decido di salire. È una montagna, eppure ha qualcosa di familiare. Sta assumendo le mie sembianze. È il mio volto, o quello di ognuno di noi. Si mostra per respirare. Esce dalla terra come una tartaruga che affiora lentamente dal proprio guscio. Fa un unico, grande, immenso respiro. La luna ha lasciato spazio a un divino raggio di luce. Il volto sprofonda ancora, per risvegliarsi altrove. Il cielo adesso è viola. Non ho mai visto un colore simile. Una lacrima. Una sola lacrima, cristallina, evanescente, attraversa la mia guancia e poi si innalza. Se ne frega della gravità. Non le importa. Vuole volare. Vuole ergersi per bagnare quell’unico ramoscello che fluttua, secco, su un paesaggio brullo che ha assorbito il colore del cielo. Le dune svaniscono oltre l’orizzonte. Di fronte a me, una distesa di calanchi. Viola. Il cielo è azzurro? È blu? Sembra bruciare, inacidirsi di un porpora cruento. Cosa vuoi dirmi? Davanti ai miei occhi si parano enigmi. Faccio fatica a comprenderli. Non voglio comprenderli. Voglio guardarli. Lasciare che mi parlino per sempre, che mi disvelino lentamente i segreti di cui sono portatori. È un crogiolo? Una geometria sacra? Cos’è quella cosa che volteggia? La gravità non esiste. Costrutto ignobile di un pianeta che ci tiene schiavi della sua superficie. Volare. È questo che devo fare. Leggero, nonostante il mio peso. Eppure sono piccolo. Piccolissimo. Una formichina di fronte a quel girasole. No. Forse è un fiore di carciofo. È tutto secco. Sembra senza vita. Eppure brilla. Emana una luce violacea, la stessa luce del mondo che lo circonda. È tutto secco. Eppure mi pare più vivo di me. Il suono di un clacson mi sveglia. Peccato fosse tutto un sogno. Torno alla monotonia di quell’arte che non riesco più a sopportare, che ci vuole ribelli dentro le gabbie, ribelli tra le regole.
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