
ARTISTS
Luca Angeloni, Giulio Delvé, Andrea Mirra, Jonathan Monk, Mike Nelson, Ilaria Pulcini, Marco Sisto
IN COLLABORATION
with: Marco Ghigi Collention and Kappa-Nöun, Ababo (Academy of Fine Art, Bologna) and Marinella Paderni chair.
CURATED BY
Collettivo Cumarina - Nigla Dallago, Emma Gosparo, Valentina Lai, Emma Pinardi, Valentina Soldo
VERNISSAGE
Thursday, September 25th from 5:30 pm to 8:00 pm.
Via dell'Oro 4b - Bologna
Until October 11
OBJECTIFICTION
25.09-11.10.2025
Objectifiction Si riparte da Opentour! Giovedì 25 settembre, dalle 17.30 alle 20, Studio la Linea Verticale inaugura Objectifiction, la mostra curata dal Collettivo Cumarina e nata da uno dei progetti finalisti del Premio Kappa-Nöun, che resterà aperta fino all’11 ottobre. L’esposizione mette in dialogo quattro giovani studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna – Luca Angeloni, Andrea Mirra, Ilaria Pulcini e Marco Sisto – con tre opere della Collezione Ghigi firmate da Giulio Delvé, Jonathan Monk e Mike Nelson. Un dialogo tra generazioni e linguaggi che si sviluppa in collaborazione con la Collezione Ghigi & Kappa-Nöun, l’Accademia di Belle Arti di Bologna e la Cattedra Marinella Paderni, Biennio di Didattica dell’arte e mediazione culturale del patrimonio artistico. Il titolo, ripreso dalla teorizzazione di Hito Steyerl, unisce object e fiction: non semplice reificazione, ma “reifinzione”, ovvero la possibilità per l’oggetto di farsi narrazione e critica, oltre la sua funzione d’uso. Objectifiction invita così a ripensare il rapporto con gli oggetti quotidiani, mostrando come l’arte possa sottrarli alla logica consumistica e restituire loro nuovi significati, trasformandoli in strumenti di racconto, memoria e resistenza poetica.
ABSTRACT
Collettivo Cumarina
La mostra Objectifiction si propone di esplorare le molteplici possibilità dell’oggetto al di là della sua funzione d’uso, trasformandolo in un veicolo di narrazione, critica e finzione. La produzione standardizzata a livello globale se da un lato ha comportato una maggiore accessibilità ai beni e alla democratizzazione dei consumi, dall’altro ha condotto al consolidamento di una società iper-consumista, che spinge le persone ad acquistare oggetti non necessari e di scarsa qualità, destinati a essere sostituiti in breve tempo. L’obsolescenza programmata ha avuto un ruolo chiave nell’alimentare la cultura del consumo rapido e dell’accumulo, innescando un ciclo continuo di acquisti e sostituzioni. Le logiche strutturali ormai radicate nel nostro modo di abitare il pianeta hanno fatto sì che l’“usa e getta” diventasse la prassi, rendendo quasi inevitabile il desiderio di possedere sempre il nuovo. In questo processo l’oggetto ha perso il suo valore intrinseco; non è più percepito come un bene da curare e preservare, ma è stato ridotto a qualcosa di effimero, la cui durata effettiva è diventata inversamente proporzionale alla velocità con cui può essere prodotto e acquistato. La mostra invita il pubblico a una riflessione, oggi sempre più necessaria, sul proprio rapporto quotidiano con gli oggetti, dimostrando come l’arte possa scostarsi dalla logica consumistica e aprire nuove possibilità di lettura e interpretazione degli oggetti che ci circondano. L’artista e regista Hito Steyerl, nel libro Duty Free Art, teorizza il termine objectifiction,1 derivato da objectification: non reificazione ma “reifinzione”. Steyerl rielabora questo concetto in relazione alle tecnologie 3D, osservando come anche strumenti orientati alla riproduzione oggettiva di dati e fatti – come le tecnologie tridimensionali – generino inevitabilmente oggetti intrisi di finzione. Questo avviene perché ogni rilevazione 3D richiede un processo di interpretazione, introducendo margini di ambiguità e soggettività. In questo senso, non si tratta solo di un processo di reificazione, ovvero di diventare oggetto, ma di una vera e propria “reifinzione”, una fusione tra realtà e costruzione interpretativa. Il titolo della mostra, riprendendo e mutuando questo concetto, diventa un neologismo che fonde object e fiction, suggerendo un processo di reinvenzione e “reifinzione” in cui l’oggetto non è più solo ciò per cui è destinato, ma anche ciò che racconta e veicola. Le opere esposte incorporano il concetto di objectifiction, reinterpretando le possibilità offerte dalla natura, dalla conformazione originaria e dai materiali degli oggetti di partenza, al fine di dare vita a un nuovo significato. Si assiste ad una vera e propria trasfigurazione semantica che parte da elementi di recupero: l’oggetto viene smontato, assemblato, riconfigurato, manipolato e caricato di nuovi significati, distaccandosi dalla sua funzione d’uso per aprire a nuove narrazioni che richiedono l’interpretazione del visitatore. Il display espositivo si configura così come un campo in cui intervengono linguaggi diversi e approcci artistici differenti, indagando il passaggio dalla cosa all’opera, e viceversa. Si esplora come un’entità inanimata, apparentemente priva di valore artistico, possa essere trasformata in opera dotata di spessore simbolico e come l’opera, a sua volta, possa tornare ad essere cosa, ovvero un elemento concreto e tangibile che mantiene la propria anima materica.2 Grazie all’atto artistico l’oggetto diventa un pezzo unico che esce dal loop del consumo frenetico. Le opere rivelano, quindi, la possibilità di una resistenza poetica alla logica dell’usa e getta.
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