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ARTISTS

Mattia Barbieri

Monica Mazzone

TEXT BY

Pierluca Nardoni

COLLABORATION

Rizzuto Gallery - Palermo

ON OCCASION

ArtCity Bologna

SOSTANZIALE-SUPER-SOSTANZIALE

01.02 - 09.03.2024

Anteprima: Studio la Linea Verticale in occasione di Arte Fiera e Art City Bologna, presenta la mostra Sostanziale-Super-Sostanziale, bi-personale tra gli artisti Mattia Barbieri e Monica Mazzone, organizzata in collaborazione con Rizzuto Gallery di Palermo e accompagnata dal testo critico di Pierluca Nardoni. ​Dettagli dell'evento: Titolo: Sostanziale-Super-Sostanziale Artisti: Mattia Barbieri - Monica Mazzone Testo di: Pierluca Nardoni Preview: 01 Febbraio 2024, ore 15:00-20:00 Inaugurazione: 02 Febbraio 2024, ore 21:00-23:00 Durata della Mostra: 01.02-09.03.2024 Luogo: Studio la Linea Verticale, via dell’Oro 4b, Bologna Orari durante Art City: 01.02: 15-20 02.02: 15-23 03.02: 15-24 04.02: 15-20 Abstract: “Sostaziale-Super-Sostanziale“ è un dialogo alchemico tra due ricerche autonome ma radicate in un sentire comune. Il termine Supersostanziale, presente in molteplici tradizioni filosofiche, simboleggia il nutrimento della conoscenza gnostica, il fuoco interiore che alimenta la spiritualità e muove le energie universali. In uno scambio tra bidimensionale, tridimensionale ed extra-dimensionale la mostra si configura come un percorso in un tempio, luogo antico di culto, ma anche di cultura in un eterno rimando al sapere e all’impegno verso la conoscenza. Barbieri si dedica alla rappresentazione di soggetti divini e presenze ancestrali che si dispiegano, attraverso i colori, su vari piani e livelli, volteggiando con prodi capriole sugli ordini e stili appartenenti alle tematiche classiche della tradizione. Mazzone assurge la geometria a principio primo dell’atto creativo, un sistema originario e onnicomprensivo per la creazione di un’architettura della sfera emotiva e pulsionale e la costruzione di una spazialità dell’animo senza memoria e senza tempo. ​Lasciando spazio alla sostanza prima, si sviscera l'essenza dell'assoluto. ​ More - La parola agli artisti: ​L’ingresso alla mostra è un percorso in un tempio, luogo antico di culto, ma anche di cultura in un eterno rimando al sapere o, perlomeno, all’impegno verso la conoscenza. Una parete densa di lavori dalle dimensioni contenute, intesi come oggetti offerto in dono alla divinità per grazia ricevuta o in adempimento di una promessa, salutano i visitatori fra ironie pittoriche, assurdità costruttive e seducenti cromatismi. Dal ringraziamento all’universale si passa alla rappresentazione oggettuale del sentire condiviso: totem destrutturati e volti arcaici si manifestano al suolo in un contatto terreno che cerca tuttavia di trascendere l’umano. Verso il verticale dall’orizzontale, così come la linguistica palindromia del titolo ne porta la citazione: due artisti, due punti di vista che cercano equilibrio in un’armonia dedicata all’amore assoluto, alla necessità di espressione del proprio sentire, alle storie del quotidiano per elevarsi all’unisono in in unica porzione diffusa del soprannaturale - il SUPER. Due grandi pale attendono insieme con lo spettatore il momento epifanico. La rarefazione dell’atmosfera lascia spazio al nucleo, al supersostanziale per l’appunto - letteralmente tradotto “al di sopra della ousìa” essenza - l’idea trascendete di servire l’Arte con la bellezza dell’Arte, l’esplicitazione di una richiesta ferma e determinata a favore dell’assoluto. Non un progetto condiviso quanto piuttosto un sentire comune, una vocazione, un sentitimento sublime e totalitario che si espande dalle viscere ai sogni.

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PRESS RELEASE

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By Pierluca Nardoni

Le possibilità di elevazione spirituale attraverso l’arte ci appaiono oggi di difficile compimento. Il flusso ininterrotto di immagini e storie dei nostri dispositivi digitali compie un’azione livellante su tutti i generi di cultura, smussandone i picchi e rendendo quasi impossibile (e forse inutile) distinguere tra quelle che un tempo erano definite cultura “alta” e cultura popolare. Nell’attuale assenza di gerarchie sembra inevitabile che ogni prodotto estetico si traduca in un’emissione ininterrotta di dati il cui contenuto, grazie a questa fluida mediocritas, non eleva ma neppure involgarisce, nemmeno ad hoc, come molta arte del passato. Appare perciò coraggiosa – e perfettamente intonata alla programmazione de La Linea Verticale – la scelta di Mattia Barbieri (1985) e di Monica Mazzone (1984) di dedicare la loro doppia personale al concetto di “supersostanziale”, noto a molte filosofie e religioni e traducibile come qualcosa che vada “oltre la sostanza materiale”, oltre le cose del mondo. Il progetto è audace già nella volontà di esporre insieme, perché le due poetiche sembrerebbero lontanissime: figurativo Barbieri, sospeso tra espressionismi e surreali metamorfosi; limpida nelle sue geometrie astratte Mazzone. Eppure il loro percorso presenta profonde analogie che nella mostra bolognese emergono con decisione. Non si tratta solo del comune rapporto con le avanguardie di inizio Novecento e in particolare con le componenti irrazionalistiche di quei movimenti, spesso intrisi di tensioni misteriche e teosofiche. Le affinità tra Barbieri e Mazzone sono soprattutto di intenti. Sin dalla prima sala l’occhio del visitatore è condotto a scoprire i fili del dialogo, che inaugura in un angolo di stanza. Come piccoli ex voto, i lavori di Barbieri e Mazzone si affollano in modo apparentemente casuale alternando i loro linguaggi caratteristici. Barbieri espone pitture a olio su rame incastonate in pezzi di pietra, tanto da apparire ritagliate insieme al brano di muro da cui affiorano. Ciò che rende particolarmente animate queste scene di personaggi mostruosi e paesaggi desertici è il rapporto con la loro cornice: in alcuni casi sembra che la particolare montatura del dipinto, brutalmente graffiata e bucata, ne sia una specie di matrice, in altri addirittura il doppio, prolungando i volti e le tracce fisionomiche dei protagonisti. Le figure ricordano iconografie di santi e divinità ma si deformano nel ricordo di un Ernst o talvolta di un Depero. Le scene, nel liquido effetto del fondo di rame, spuntano dalle pietre come da curiosi schermi, ma in realtà sono realizzate con grande ricercatezza pittorica. Ecco il primo importante elemento di “supersostanzialità”: le immagini di Barbieri sono lievi passaggi dimensionali, si offrono a strati, incorniciate e al tempo stesso commentate dalle soglie pietrose. Danzano su una soglia anche le immagini di Mazzone. I suoi solidi geometrici, calcolati con apparente freddezza ma in realtà partendo dai dati del proprio corpo, ricordano certi meandri impossibili di Josef Albers e a egli rimandano anche per il trattamento cromatico. Proprio nei tenui colori stesi sulle tavole, quasi soffiati, sta il massimo allontanamento dalle elaborazioni digitali che pure sulle prime questi lavori possono ricordare. Basta avvicinarsi per coglierne la grana ancora tutta umana, i trapassi che ingannano i volumi o li fanno scivolare lentamente gli uni negli altri. Se invece si adotta uno sguardo panoramico, le opere di Mazzone sollecitano il dialogo con le cornici di alluminio anodizzato: anch’esse geometriche, prolungano il discorso delle immagini proseguendone il sottile incanto, tanto da apparire, nel gioco delle loro trasparenze metalliche, persino delle impossibili ombre portate. Come per Barbieri, anche per Mazzone lo spettacolo che si compie entro le cornici si trasmette poi a esse in un gioco ininterrotto di affioramenti, di piccoli portali dimensionali. Nel racconto espositivo il balletto delle due poetiche prosegue poi con un’alternanza addirittura perfetta, come nel caso dei quattro ritratti. L’accostamento dei volti deformi di Barbieri alle contorsioni matematiche di Mazzone ora non ci sorprenderà: c’è un’atmosfera simile di mondi lontani, in un caso abitati da umanoidi, in un altro no, ma in entrambi si respirano ritmi visivi simili, come se le geometrie commentassero i volti e viceversa. Il dialogo tra i due artisti è anche dialogo tra ciò che intendono come sostanza e ciò che vorrebbero la superasse, proprio come nel titolo della mostra che a “supersostanziale” anticipa e affianca pur sempre il “sostanziale”. Le sostanze più dure delle opere della prima sala si materializzano così negli oggetti della seconda, ossia nelle sculture che occupano parte del pavimento come fossero emerse improvvisamente da qualcosa. Anche in questo caso Barbieri e Mazzone manifestano uno spirito affine, giocando sempre sulla soglia tra l’artificialità di un lavoro automatico e l’intervento umano calibratissimo: alle teste di Barbieri pare abbia lavorato una stampante 3D che allunga per errore gli oggetti rigandoli, finché non produca volti, mentre tocca ora a Mazzone recuperare le meccaniche ludiche di un Depero, montando i pezzi di alluminio come a formare dei piccoli automi. Sempre la seconda sala è il teatro del confronto tra due grandi tavole il cui contenuto spirituale è più che mai nei giochi di soglia fin qui incontrati. Il Serpente cosmico di Mazzone è una forma che emerge con forza dal vuoto bianco dello sfondo ma ci lascia entrare in essa, nei cursori disegnati dai toni pastello che talvolta costruiscono dei volumi, altre volte li schiacciano sul piano, altre ancora sembrano sprofondare in sé stessi. Quella di Barbieri è proprio una porta in cui potersi immergere, la cui funzione di soglia è tuttavia assicurata non soltanto dalla pittura fluida e cangiante ma anche dal rapporto di essa con la cornice, che la circonda col racconto di un Olimpo grottesco e inquietante. Se è ancora possibile un’ascesi attraverso l’arte, sembrano dirci i due artisti, essa dovrà avvenire allenando la nostra percezione alle soglie dimensionali. Occorre saper cogliere la stratificazione di queste immagini, che trasporta continuamente l’occhio dal centro dei lavori ai loro bordi per scoprirne i molti livelli, e, più in generale, occorre riconoscere la ricchezza delle loro tecniche: la pittura e la scultura di Barbieri e Mazzoni assumono cadenze dell’odierna visualità digitale ma poi le complicano in un lavoro manuale che guida il nostro sguardo all’interno dei loro viaggi dimensionali. E la coscienza di queste preziose oscillazioni tra l’umano e l’artificiale è già un esercizio dello spirito.

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